L'ululato del lupo

scritto da giorgiog1
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Testo: L'ululato del lupo
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Per decenni il lupo è stato considerato un “animale nocivo”.
Il Regio Decreto del 1939 lo inseriva tra le specie da eliminare: catturarlo vivo o morto era un dovere civico.
Fino al 1950 lo Stato pagava una taglia per ogni esemplare abbattuto, e fino al 1971 si potevano ottenere legalmente flaconi di stricnina e cianuro per avvelenarlo.
Oggi, per fortuna, il lupo è una specie protetta. Eppure, nell’immaginario collettivo, continua a sopravvivere come “cattivo” delle fiabe: in molte versioni moderne di Cappuccetto Rosso, anche con supporti audio e video, il lupo finisce ancora sventrato. Un destino narrativo che non gli dà tregua, neppure per i bambini nati nel 2026.
La realtà è diversa: il lupo teme l’uomo, non lo considera una preda e si allontana molto prima che noi possiamo scorgerlo.
Se c’è qualcosa che i ragazzi devono temere, non è il lupo, ma gli uomini che imitano il suo sistema di caccia: gruppi che si muovono in branco, capaci di superare l’animale in ferocia, cattiveria e inganno.
Il lupo si allea per necessità biologica: cacciare insieme aumenta le probabilità di sopravvivenza.
L’uomo, invece, spesso si aggrega per sentirsi più forte nel compiere azioni discutibili.
Il branco di lupi segue una strategia precisa: avanza silenzioso, studia le prede, individua quella più debole.
Il maschio dominante dà il via all’attacco, gli altri lo seguono.
La caccia termina con lo sfinimento della preda.
A volte un individuo rimane indietro: un giovane inesperto o un opportunista. In questi casi un lupo più anziano torna a recuperarlo, lo incita e lo riporta nel gruppo.
Nel branco, come nelle comunità umane, la comunicazione è fondamentale: per gli uomini può essere uno slogan, per i lupi è l’ululato.
L’ululato serve a delimitare il territorio, a richiamare i membri del gruppo, a scoraggiare rivali e solitari.
Il leader deve saper scegliere i compagni, scartare gli opportunisti, tenere a bada i pretendenti al diritto di accoppiamento e di pasto.
Non sempre la caccia ha successo, ma il branco ha comunque più possibilità rispetto al singolo individuo.
Il lupo non scava tane: di giorno si rifugia in cavità naturali o nella macchia più fitta, e si muove soprattutto di notte.
È prudente, diffidente, e si nutre di ciò che trova: dagli ungulati selvatici — caprioli, cervi, cinghiali — fino a piccoli animali come topi e anfibi. La sua esplosione demografica recente è dovuta proprio all’abbondanza di ungulati, specie il cinghiale, di cui è un regolatore naturale.
Un giovane lupo non resta con i genitori: pratica la dispersione genetica, allontanandosi per cercare territori e partner non imparentati.
Dalla metà degli anni Ottanta la popolazione è in costante aumento.
Se pensiamo che nel 1874 l’ultimo lupo lombardo fu avvistato a Delebio, e che negli anni ’60 in tutta Italia ne rimanevano circa 300, comprendiamo quanto sia cambiata la situazione: oggi l’ISPRA stima circa 3300 esemplari.
Il lupo italiano, Canis lupus italicus, è più piccolo delle altre sottospecie europee: circa 35 kg il maschio, 25 la femmina, lungo fino a 140 cm. Vive dagli Appennini alla Pianura Padana, dalle spiagge della Maremma fino al Salento. La maggiore concentrazione si trova sulle Alpi Occidentali, con circa 600 individui.
Ma è sulle montagne del Nordest che il lupo ha scritto una delle sue storie più affascinanti: il ritorno in Lessinia.
Dopo oltre un secolo di assenza, i primi lupi sono ricomparsi qui nel 2012, formando coppie e poi branchi stabili.
Le faggete, i pascoli d’altura e i valloni della Lessinia offrono un habitat ideale: ricco di prede, poco antropizzato, con corridoi naturali che collegano Appennino e arco alpino.
Oggi la Lessinia è un laboratorio naturale dove si studiano dinamiche di branco, dispersione dei giovani e convivenza con le attività pastorali.
Per distinguere un lupo da un cane selvatico basta osservare alcuni dettagli: – la coda non è mai arcuata sul dorso – gli occhi sono color ambra – le orecchie sono triangolari, corte, con sfumature rosso-aranciate – il muso è allungato, il cranio più ampio – l’andatura è un trotto leggero e rettilineo – le impronte sono allineate, con zampe anteriori e posteriori sovrapposte.
Il lupo è un predatore di resistenza: insegue la preda fino a stancarla, poi la atterra con morsi ai posteriori e la finisce alla gola.
Ogni lupo necessita di circa 4 kg di carne al giorno, ma può digiunare per settimane.
Quando gli ungulati scarseggiano, può rivolgersi al bestiame domestico, causando conflitti con gli allevatori.
Per questo si utilizzano cani da guardiania e recinzioni elettrificate, che devono essere profonde e alte per impedire scavi e salti.
Il vero pericolo per il lupo resta l’uomo: ogni anno circa 60 esemplari vengono uccisi da bracconieri tramite armi da fuoco, lacci o veleni. La vita media è di circa dieci anni.
Se al crepuscolo, su un sentiero di montagna, dovesse capitare di incontrarne uno, basta mantenere la distanza: il lupo non vede nell’uomo una preda, ma una minaccia da cui allontanarsi. L’aggressività e la sete di sangue sono caratteristiche umane, non lupine.
Come cantava Lucio Dalla: “Guarda come son tranquilla io, anche se attraverso il bosco…”.
Ricordiamolo sempre: un ambiente capace di ospitare un lupo è un ambiente sano.
E quando un ululato risuona tra i boschi della Lessinia, significa che la natura sta facendo il suo lavoro.



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